Crisi di governo globale

Abbiamo bisogno di un’Organizzazione mondiale della finanza, una Omf, che coordini i flussi di capitale come l’Organizzazione mondiale del commercio coordina il commercio internazionale. Gli squilibri sono troppi, le manipolazioni delle valute troppo ricorrenti e dannose per l’economia mondiale, le banche e gli istituti di credito controllate in maniera insufficiente o imperfetta. Tali questioni non si possono dirimere a livello nazionale. di Oliver Guez
6 MAR 09
Ultimo aggiornamento: 21:53 | 11 AGO 20
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Molti giornalisti paragonano l’attuale crisi a quella degli anni Trenta. Condivide questa opinione?
E’ paragonabile l’origine della crisi: l’esplosione di una gigantesca bolla speculativa. E le percentuali di debito (pubblico e privato) sul pil di allora e di oggi sono molto simili: più del 350 per cento. Tuttavia, ci sono differenze importanti: le politiche monetaria, fiscale e commerciale sono totalmente diverse da quelle che c’erano all’inizio della Grande depressione. Poi, le misure prese dai governi – rafforzamento della politica monetaria, riduzione del deficit, misure protezionistiche – hanno ulteriormente accentuato la crisi. Di fatto, penso che per gli Stati Uniti lo choc non sarà grave come fu allora: il tasso di disoccupazione non raggiungerà il 25 per cento e la produzione non calerà di un terzo. Ciononostante, la crisi con cui abbiamo a che fare non è una recessione classica, di quelle che il mondo occidentale ha conosciuto dalla fine della guerra. Credo che quella che viviamo oggi sia la “grande repressione”: stiamo reprimendo una crisi finanziaria gravissima con tutti i mezzi possibili, ma ci accontentiamo di fare resistenza anziché trovare rimedi efficaci. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la Federal Reserve immette ingenti capitali e il Tesoro alimenta con somme gigantesche il sistema finanziario allo scopo di arginare la crisi, ma il problema dell’eccessivo indebitamento resta.
I governi potrebbero fare di più?
Sono prigionieri dell’“economista defunto”. John Maynard Keynes, l’autore di questa espressione, riteneva che gli economisti e, in misura ancora maggiore, i politici fossero schiavi di “economisti defunti”: facevano meccanicamente quello che avevano sempre fatto, quello che era stato loro insegnato. Ebbene ora, in tempi di crisi, è Keynes l’economista defunto. Ha salvato il mondo in passato, lo salverà ancora oggi, credono, o vogliono credere, gli economisti e i protagonisti della politica. Personalmente non ci credo: non si può risolvere un problema di eccessivo indebitamento contraendo nuovi debiti.
Non crede che Keynes sia come superman in questa crisi?
Gli economisti oggi hanno seri problemi di credibilità. Si sono mostrati incapaci di prevedere la crisi. La loro colpa è forse ancora più grave di quella dei banchieri. Al momento si aggrappano a Keynes, ma temo che le classiche politiche di rilancio – riduzione dei tassi d’interesse, aumento del deficit attraverso un rilancio della spesa pubblica – non funzioneranno. Quel che è certo, invece, è che continuiamo a chiedere in prestito una quantità di denaro sempre maggiore, che peserà sulle spalle delle future generazioni, per cercare di tenere a galla istituzioni che hanno fallito. E la messa in pratica delle teorie keynesiane dovrà prima di tutto consolidare la volatilità del mercato dei buoni del Tesoro e dei cambi.
Eppure lei e altri, come Nouriel Rubini dell’Università di New York, paventavate il rischio di un crollo già da qualche anno. Perché non siete stati ascoltati?
Gli economisti erano al corrente del livello di indebitamento negli Stati Uniti. La minoranza che si preoccupava riteneva che il deficit americano avrebbe provocato una crisi del dollaro, la classica crisi della bilancia dei pagamenti. Non hanno prestato sufficiente attenzione agli squilibri interni dell’economia americana. Il problema principale non erano soltanto le banche, ma il mercato bancario parallelo, istituzioni come le società di investimento, le riassicurazioni, gli hedge funds, ecc… istituti che emettevano crediti e prodotti derivati: i regolamenti hanno permesso loro di sottrarsi alle regole del sistema bancario, in particolare al rapporto obbligatorio tra riserve di capitale e debiti.
Perché oggi i professionisti della finanza danno l’impressione di essere stati colti alla sprovvista?
Credevano che i nuovi prodotti fossero innovazioni magiche. E quando s’incassano bonus considerevoli per molti anni di seguito si smette di porsi domande. I finanzieri di Wall Street e della City si consideravano i geni dei tempi moderni. Erano convinti di essere i migliori nel migliore dei mondi finanziari. Hanno perso il contatto con la realtà. Alcuni amministratori dei fondi speculativi pensavano che non ci sarebbe mai più stata recessione negli Stati Uniti. Ma è dal 2006 che metto costantemente in guardia dai rischi legati ai prodotti derivati, alla volatilità e alla fragilità del sistema. I finanzieri avevano semplicemente smesso di credere che le leggi dell’economia si applicassero a loro. Abbiamo già affrontato una prima globalizzazione alla fine del XIX secolo, abbiamo già attraversato periodi di grande innovazione finanziaria in cui gli attivi aumentavano considerevolmente. Si sono sempre conclusi con sonori fallimenti. Non serve molto per far sparire la liquidità dai mercati: spesso, sbagliando, si prende una forte liquidità per un basso rischio. Se poi succede qualcosa, le istituzioni più indebitate sono in grave pericolo.
Alla fine del 2008 sono stati distribuiti ancora altri bonus, negli ultimi anni i professionisti della finanza hanno guadagnato cifre indecenti. Come riequilibrare il sistema?
La regolamentazione è in corso: i modelli economici di dinosauri come City Group o Bank of America hanno fallito. Il legislatore non ha il compito, tuttavia, di fissare il salario di un trader, a meno che la sua impresa non sia sotto controllo diretto del governo. Speriamo soprattutto che emerga una nuova generazione di banche e istituti finanziari. Daranno stipendi inferiori ai loro manager perché non ne avranno i mezzi: la crisi del settore finanziario durerà a lungo, molto a lungo, secondo me saranno necessari da cinque a dieci anni per “epurare” il settore. La ristrutturazione dei debiti privati è molto complessa. Quando l’Argentina è andata in crisi, Buenos Aires ha negoziato coi suoi creditori, poco numerosi. Se otto milioni di famiglie americane vanno in crisi a causa dell’indebitamento, se 300 banche americane dichiarano bancarotta, è infinitamente più complicato: ognuna di queste banche, ciascuna di queste famiglie, ha probabilmente degli attivi in tutta una serie di titoli e non so quante contropartite. Stiamo entrando in un decennio rovinoso per il mondo della finanza.
Torniamo a quella che mi sembra l’origine di questa crisi: la frenesia per il consumo e l’eccessivo indebitamento delle famiglie americane pur di soddisfare quella frenesia. E’ la fine di una certa “american way of life”?
La crisi inizia a produrre i suoi effetti: cittadini americani che non possono prelevare denaro perché la loro carta di credito viene rifiutata. Il tasso di risparmio comincia ad aumentare. Ma siamo davvero di fronte a un cambiamento della mentalità statunitense? Gli americani torneranno all’etica del lavoro e del risparmio, a un certo puritanesimo? E’ troppo presto per dirlo. Dopo la Seconda guerra mondiale gli americani hanno abbandonato l’etica del protestantesimo di Max Weber in favore di un capitalismo basato sull’“etica del consumo”, che non ha mai smesso di aumentare, fino a rappresentare il 70 per cento del pil americano. Ma i salari non hanno seguito questa tendenza, le famiglie hanno accumulato montagne di debiti per acquistare una casa e consumare di più e alcune finanziarie hanno iniziato a rivendere i loro debiti creando prodotti di tutti i tipi. Gran parte della crescita dall’inizio del secolo negli Stati Uniti è stata generata dal settore finanziario, attraverso quei prodotti che esso credeva miracolosi e che si sono rivelati terribilmente tossici. Se si esclude l’effetto-leva del rifinanziamento dei prestiti immobiliari per sostenere i consumi, la crescita nel corso del doppio mandato di George W. Bush si è limitata all’1 per cento. Questo gioco è finito: la vita nelle periferie residenziali, i suv, il finanziamento della casa con prestiti di varia natura, tutto questo cambierà progressivamente, semplicemente perché questo modello di società finanziaria è crollato.
Come giudica le misure prese dal governo per arginare la crisi? Non sembra apprezzare eccessivamente l’intervento di Hank Paulson, l’ex segretario americano del Tesoro con George Bush. Paulson non aveva alcuna strategia globale. La sua politica è stata incoerente: aiuti a Fannie Mae e Freddie Mac, i due organi pubblici americani di credito immobiliare, ma rifiuto di appoggiare Lehman, fallita sulla loro scia, dopodiché sostegno all’Aig. Questi tentennamenti hanno creato ancora più incertezze sui mercati. Al contrario, la Fed ha tenuto una linea di condotta più chiara. Il suo presidente, Ben Bernanke, ha ripetuto che farà tutto ciò che è in suo potere per evitare la deflazione: ha tagliato i tassi d’interesse, lasciando intendere che potrebbero scendere a zero se necessario, ha acquistato debiti “cattivi” dalle banche. Sotto la sua guida, la Fed ha fatto il contrario di ciò che fece all’inizio della Grande depressione.
Ora Timothy Geithner, il segretario al Tesoro di Obama, farà meglio?
Non è detto. Temo che la strategia del Tesoro non sia cambiata o diciamo, piuttosto, che il Tesoro sembra sempre esitare. Il revival di Keynes è già cominciato con Paulson anche se nessuno nell’Amministrazione Bush chiamava così la politica adottata. Prima dell’avvento di Obama, l’idea era già di tamponare la crisi scavando nei deficit: 780 miliardi di dollari di garanzie, prestiti, investimenti.
Che cosa consiglia per contenerla?
Le banche insolventi devono essere ristrutturate. Il governo dovrebbe prendere il controllo delle banche in cambio di una sostanziale ricapitalizzazione, ma soltanto dopo l’anticipo delle perdite. I proprietari dei bond – titolari dei debiti – dovranno accettare un taglio del valore dei loro titoli nell’ordine del 20 per cento o la trasformazione del debito in quote di capitale. Gli azionisti delle banche devono essere messi di fronte alle proprie responsabilità. E non sta ai contribuenti pagare il conto. La seconda tappa consisterebbe nel convertire i prestiti immobiliari americani a tassi più bassi e con scadenze più lontane. Circa 2,3 milioni di famiglie americane sono a rischio pignoramento. Presto potrebbero diventare otto milioni, e i prezzi degli immobili potrebbero precipitare. Bisogna riesaminare l’intervento dello stato partendo da zero: nel XIX secolo, i governi non hanno esitato a variare i termini di scadenza dei bond nel quadro di un processo detto di conversione. Una soluzione consisterebbe nell’utilizzare Fannie Mae e Freddie Mac perché offrano nuove condizioni identiche a tutti i mutuatari. Rimborsi regolari, stabilizzati e più bassi dovrebbero ridare fiducia ai consumatori senza incrementare il livello di indebitamento. Serviranno, allo stesso tempo, nuove regole per le banche e sarà necessario rivolgere l’attenzione alla questione chiave dell’adeguatezza del capitale – dei fondi propri sufficienti. Le banche non possono concedere prestiti nella misura di 60/1, anzi, dovrebbe essere vietato. Infine, gli operatori del mercato bancario parallelo, soprattutto gli organi di credito al consumo, devono essere regolamentati: non possono operare in totale libertà, altrimenti si avrà una profonda asimmetria sul mercato e sopraggiungeranno nuove crisi.
Si tratta di una crisi del capitalismo, come si legge un po’ dappertutto?
Non credo. Si tratta di una grave crisi tecnica, infinitamente più complessa di quanto lascino intendere i titoloni della stampa sulla morte del capitalismo. A una crisi tecnica bisogna rispondere con provvedimenti tecnici, localizzati, là dov’era il suo punto debole. Ma non ci sono modelli alternativi all’economia di mercato. Parafrasando Churchill a proposito della democrazia, direi che il capitalismo è il peggior sistema che esista, a eccezione di tutti gli altri: permette la migliore allocazione di capitale.
Come giudica la risposta europea alla crisi?
Gli europei non dispongono di istituzioni adeguate per rispondere a una crisi di queste dimensioni. Gli Stati Uniti hanno soltanto un dipartimento del Tesoro e la Banca federale. In Europa ogni stato ha conservato il proprio ministero delle Finanze, la Bce è responsabile della politica monetaria soltanto per una parte degli stati membri, non esiste una politica fiscale coordinata su scala continentale: ogni stato persegue le sue priorità e la sua strategia. D’altronde, negli ultimi mesi Germania e Francia non si sono mantenute affatto sulla stessa linea, le tensioni si moltiplicano. E’ impossibile realizzare un “bailout” europeo all’interno di tale sistema. E’ oltremodo problematico per un paese come la Gran Bretagna con un settore finanziario smisurato e che non dispone delle risorse per rimetterlo in piedi da sola. Per la zona euro è il momento della verità: è chiamata a una prova fondamentale sulle sue potenzialità, sulla sua stessa ragione d’essere. Il momento del disordine rischia di cominciare molto rapidamente a causa dello squilibrio istituzionale. Gordon Brown e Nicolas Sarkozy, che non si sono esposti troppo all’alba della crisi, incontreranno grosse difficoltà a mano a mano che la recessione si amplificherà e aumenterà la disoccupazione. In occasione del G20 Sarkozy voleva apparire come un salvatore del mondo; Brown, che sta alle leve di comando dell’economia britannica da più di dodici anni, è alquanto logorato.
Dal punto di vista geopolitico, ho letto che non considera poi troppo scomoda la posizione dell’America, malgrado la portata del caos che l’affligge e le critiche di cui è oggetto.
In origine la crisi è americana, ma gli altri paesi saranno probabilmente più colpiti degli Stati Uniti. In primo luogo il Giappone e l’Unione europea. I paesi esportatori di petrolio assistono a un crollo delle entrate assieme a un calo delle quotazioni. Bene, è proprio tra loro che figurano i più grandi rivali di Washington. La crisi finanziaria esercita una pressione molto forte sul regime iraniano, che deve risolvere un’autentica emergenza economica. Penso che esista un’opportunità per Obama di andare a Teheran come fu per Nixon in Cina nel 1972. A eccezione di Ahmadinejad e del suo entourage – i “neoconservatori islamici” – molti dignitari iraniani sono pronti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non prima delle elezioni presidenziali iraniane di giugno. Gli introiti derivati da petrolio e gas hanno permesso a Chávez e Putin di giocare a fomentare discordia in questi ultimi anni. I loro governi controllano un capitalismo di stato monopolistico basato su imprese pubbliche globalmente mal gestite. Questo modello non funzionerà a lungo. Il forte ribasso dei prezzi delle materie prime costituisce un’evoluzione geopolitica favorevole per l’occidente. La sola vera incognita resta la Cina.
Come incasserà la crisi la sua crescita economica?
I cinesi dichiarano di poter mantenere un forte tasso di crescita, nell’ordine del 6 per cento. E’ possibile, e in questo caso i cinesi supereranno gli Stati Uniti in termini di pil.
Ma sul piano interno, questa crescita sarà sufficiente a evitare disordini sociali di grande portata?
L’ascesa della Cina a prima potenza mondiale non è garantita. L’ingresso nella modernità di una nazione di quelle dimensioni e un processo estremamente complesso. I miracoli economici asiatici sono sempre stati accompagnati da crisi finanziarie, disordini interni e, qualche volta, dalla rivoluzione. Bisogna anche sottolineare che Cina e Stati Uniti sono partner più che rivali. Sono finanziariamente interdipendenti, uniti in quella che io chiamo in francese “Chimérique”, un legame in parte disfunzionale, i cui membri sono però complementari. Quando gli americani accusano i cinesi di manipolare lo yuan, i cinesi rimproverano agli americani di spendere troppo. Ciononostante la “Chimérique” resiste. Insomma, vediamo di non seppellire gli Stati Uniti troppo in fretta. Con Obama alla guida, forte della sua legittimità, hanno in mano delle ottime carte. Se le gioca bene, può addirittura riaffermare la leadership americana.
Tutti gli esperti affermano con sicurezza che l’architettura finanziaria ed economica sarà profondamente sconvolta. Lei cosa suggerisce?
Abbiamo bisogno di un’Organizzazione mondiale della finanza, una Omf, che coordini i flussi di capitale come l’Organizzazione mondiale del commercio coordina il commercio internazionale. Gli squilibri sono troppi, le manipolazioni delle valute troppo ricorrenti e dannose per l’economia mondiale, le banche e gli istituti di credito controllate in maniera insufficiente o imperfetta. Tali questioni non si possono dirimere a livello nazionale. Il Fondo monetario internazionale interviene soltanto in caso di crisi, come il banchiere dei casi estremi. Non basta. L’Omc è un’istituzione indipendente, che non ha esitato a sanzionare gli Stati Uniti o la Cina e le cui decisioni sono rispettate. Oggi in ambito finanziario non c’è nulla di simile. Il G20 si è limitato a incoraggiare i legislatori nazionali a fare un lavoro migliore. A parte questo, siamo realisti: si potranno creare nuove istituzioni soltanto quando ci saremo lasciati la crisi alle spalle. Sarà una delle maggiori sfide dei prossimi anni, ma non bisogna costruire in fretta e furia un nuovo super regolatore.
di Oliver Guez
(traduzione di Elia Rigolio - Nella foto: Un’immagine pubblicitaria di E. McKnight Kauffer nella copertina del libro “L’uomo che andò in fumo” di Maj Sjöwall e Per Wahlöö, Sellerio editore)